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“-IĆ” Diversità un valore Svizzero

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Quest’anno durante la Settimana contro il razzismo 2016, programmata dal 14 al 28 marzo, l’Associazione SERBINFO organizza l’evento che mira a sensibilizzare la popolazione sulla tematica del razzismo e sottolineare i benefici legati alle diversità tra le persone.

L’uguaglianza tra le persone è uno dei valori principali di una società democratica, ed è anche sancita nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: “Le persone nascono e vivono libere e uguali nei diritti”. Qualsiasi disparità di trattamento basata sulla razza, sesso, provenienza, religione, lingua, colore della pelle, costituisce una discriminazione e razzismo. Alcune forme di razzismo sono molto difficili da sradicare nel mondo anche se molte organizzazioni contrarie si dedicano in piena misura per combattere ogni pregiudizio e altre forme di discriminazione.

Tutti i cittadini del mondo e della nostra nazione, come i nostri vicini di casa, colleghi di lavoro, compagni di scuola, persone con le quali ci incontriamo per strada, in un ristorante, nel negozio e sono etnicamente diversi da noi o noi diversi da loro ma comunque facciamo parte integrante di questa società e non dobbiamo essere paragonati come cittadini di prima e seconda classe.

Non dobbiamo far finta che i problemi di discriminazione legati ad un cognome straniero o etnia differente non siano una realtà quotidiana e non molto presenti attorno a noi. Gli esempi possono essere molteplici: discriminazione sul posto di lavoro, difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro, società sportive, sanità, educazione, formazione professionale, ricerca di un alloggio e altre forme di disparità di trattamento.

Un ambiente simile non è favorevole allo sviluppo di una società democratica che accoglie e permette di esprimersi ad ognuno come individuo libero. Pertanto riteniamo che il dialogo riguardante questi temi importanti, potrebbe contribuire a trovare delle risposte alle domande sulla discriminazione, essendo una questione politica della società in cui viviamo oggi.

In collaborazione con La Città di Lugano e sostegno del Delegato cantonale all’integrazione degli stranieri nell’ambito del Programma di integrazione cantonale (PIC 2014-2017) vi invitiamo a visitare la nostra bancarella che si trova in Via la Forte a Lugano.

Saremo a vostra completa disposizione per scambiarci qualche opinione e gustarci insieme l’aperitivo offerto.

Le date nelle quali saremo presenti  in Via la Forte a Lugano sono:

Martedì, 22 marzo 2016: Dalle 10:00 alle 17:00;
Venerdì, 25 marzo 2016: Dalle 10:00 alle 17:00;
Sabato, 26 marzo 2016: Dalle 10:00 alle 17:00;

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Snezana Jankovic nuova ambasciatrice serba in Svizzera

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BELGRADO – Come nuova ambasciatrice serba in Svizzera è stata nominate Snezana Jankovic, è stato pubblicato Foglio Ufficiale serbo.

La Signora Jankovic, da settembre, prenderà il posto dell’ambasciatore precedente serbo a Berna – Milan St. Protic.

Snezana Jankovic, prima di essere nominate nuova ambasciatrice, svolgeva la carica di Segretario di Stato presso il Ministero degli affari esteri.

Il decreto relative alla nomina di Snezana Jankovic come ambasciatore della Repubblica di Serbia presso la Confederazione svizzera è stato firmato dal Presidente dellla Serbia, Tomislav Nikolic, ed è entrato in vigore il 14 giugno.

Milica Radivojevic: Seconda generazione di stranieri e i problemi d’integrazione

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Il problema dell’integrazione degli stranieri in Ticino è sempre presente, ormai da anni. Sono stati attuati vari programmi sia a livello cantonale che a livello statale, ma la problematica persiste e sembra non diminuire da anno in anno. Le nuove generazione crescono e vengono istruite sul territorio ticinese, ma le famiglie dalle quali provengono hanno ancora qualche difficoltà a vedere la Svizzera come la propria patria, preferendo a loro volta il paese d’origine. Con una realtà famigliare del genere, quanto è fattibile per le seconde e terze generazioni integrarsi nella società svizzera, personificando la cultura e le tradizioni elvetiche?
Una domanda semplice che non trova, sicuramente, una risposta altrettanto palese.

Viviamo in una società stereotipata, nella quale lo straniero è visto come una persona non grata e, in certe circostanze, colui che è colpevole di tutti i malesseri sociali. Sicuramente una realtà del genere non aiuta l’integrazione degli individui, ma gli lascia navigare nell’alta marea che quotidianamente gli fa perdere il controllo della situazione e gli fa cadere nel vortice del rifiuto. Un fenomeno che è sicuramente difficile da gestire, soprattutto quando gli stranieri domiciliati sono tanti, troppi per i più scettici.

Tornando un passo indietro, integrarsi che cosa significa precisamente?
Se dovessimo guardare a questo termine in un senso generale, ovvero come persone che parlano perfettamente la lingua del posto e rispettano gli usi e i costumi della terra nella quale vivono, allora possiamo dire che i figli degli stranieri sono perfettamente integrati. Se, però, osserviamo il fenomeno da un punto di vista più ravvicinato, dobbiamo ammettere che le seconde generazione restano comunque all’interno del proprio ghetto, anche se certi di loro in modo parziale. La responsabilità non è assunta da nessuno, né dal Governo svizzero e tantomeno non dalle famiglie straniere. È sicuramente una situazione poco piacevole, quando già alle elementari ti classificano a causa del cognome che porti: non gli insegnanti, ma gli allievi stessi che sentono quotidianamente parlare dello “slavo” – nome che spesso viene seguito da un aggettivo dispregiativo. Eventi del genere si manifestano nella vita quotidiana di ogni straniero, anche di quelli che cercano a tutti i costi di rinnegare l’altra parte della loro identità.

Il concetto d’identità è un altro che dovrebbe fungere come un arricchimento culturale, ma spesso è “una palla al piede” soprattutto per chi d’identità ne ha due. È difficile decidere da che parte stare e personalmente credo che non si ha nemmeno il bisogno di prendere una posizione radicale. Vivere in un paese, ma rispettare la cultura d’origine è la miscela ideale per arricchirsi personalmente e arricchire i due paesi in questione, anche perché non si può rispettare la cultura svizzera se non si conosce la cultura d’origine. Un ruolo fondamentale è all’interno della famiglia, un’educazione mirata con lo scopo di allontanare le persone dall’integrazione – fenomeno che spesso accade all’interno del nucleo famigliare – potrebbe nuocere gravemente all’accettazione dell’altro. D’altro canto, chi sente il bisogno di doversi integrare – che da un lato è anche un dovere essendo in Svizzera – deve rendersi conto che l’integrazione va ben oltre al parlare bene una delle lingue nazionali e sicuramente non è un processo di breve durata. Finché gli stranieri domiciliati sul territorio ticinese vedono come processo d’integrazione solamente le due feste multietniche organizzate durante l’anno, non ci sarà una vera integrazione.

Metodije Labović: i Serbi del Ticino

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LOCARNO — Sono arrivato in Ticino nel mese di marzo del 1988, e venivo dall’allora Jugoslavia, più precisamente da Klina, una cittadina del Kosovo centrale. Di lì a pochi anni, i contrasti politici si sarebbero trasformati in scontro militare. Guerra e tragedia umana e umanitaria avrebbero avuto come risultato la spaccatura fino alla frantumazione del Paese, come oggi la conosciamo.

In quegli anni ci furono dei flussi migratori verso la Svizzera (e quindi anche verso il Ticino) di un grande numero d’unità della comunità Serba. Potrei dividere il flusso migratorio in tre fasi storiche: una prima negli anni Sessanta e Settanta, una seconda negli anni Ottanta, e una terza fase negli anni Novanta e Duemila. Ognuna una di queste fasi migratorie ha le sue caratteristiche.

Negli anni Sessanta e Settanta, i Serbi arrivarono in Ticino da tutte le parti della Jugoslavia (ricordiamoci che i Serbi vive-vano non soltanto in Serbia come si può pensare, bensì in tutta l’ex-Jugoslavia, della quale rappresentavano la componente più numerosa). Quindi vi arrivarono dalla Serbia, dal Kosovo dalla Bosnia ed Erzegovina e dalla Croazia; naturalmente la maggioranza arrivava dalla Serbia stessa.

La caratteristica più marcata della comunità Serba di allora risiedeva nel fatto che arrivavano dei nuclei famigliari composti al massimo da uno o due membri (di solito marito e moglie), mentre i bambini di queste coppie venivano lasciati nel Paese d’origine, e di solito di loro si occupavano i nonni oppure altri famigliari. La motivazione di questo comportamento, di questa caratteristica della comunità Serba la si trova ricordando che la maggioranza aveva il premesso di soggiorno stagionale “A”, che permetteva un soggiorno al massimo di nove mesi all’anno, mentre negli altri tre mesi lo straniero era obbligato a lasciare la Svizzera. La maggioranza vi lavorava solo sei mesi all’anno in lavori stagionali nella ristorazione, nell’alberghiera, nell’agricoltura ecc.

In quegli anni, in Jugoslavia, non si viveva male. E’ vero che ci fu un regime, e non la democrazia occidentale. Ma quel regime, scegliendo la linea del non allineamento, fece perlomeno una scelta che si sarebbe rivelata storicamente abbastanza appagante. Se dovessi qiundi trovare il motivo della partenza della comunità Serba verso la Svizzera e il Ticino, lo indicherei in fattori di tipo economico, tenendo conto che i flussi arrivarono dalle parti della Jugoslavia poco sviluppate economicamente, poco industrializzate. Va precisato che in ogni caso la gente si spostava anche all’interno del Paese, non solo quindi verso l’estero.

Se penso alla scelta del luogo d’arrivo, direi piuttosto che non avevano le idee chiare. In Ticino finirono proprio perché avevano un famigliare oppure un amico oppure semplicemente un conoscente che potesse chiedere per loro una possibilità di un posto di lavoro, perché in quegli anni i posti di lavoro non mancavano, non vi erano neanche dei problemi di occupazione, la Svizzera stessa ha firmato degli accordi con la Jugoslavia per la manodopera ecc.

Altra caratteristica degli anni Sessanta e Settanta è che alla comunità stessa andava molto bene la permanenza stagionale di sei oppure più mesi in Ticino, guadagnavano abbastanza per i mesi senza il lavoro, sbrigavano le pratiche e i lavori nel paese d’origine, si occupavano dell’educazione dei propri figli cercando magari di recuperare il tempo perduto durante il soggiorno all’estero.

Il periodo successivo, gli anni Ottanta, fu quello del mio arrivo: un ragazzo di ventuno anni, appena conclusa la scuola di metal-meccanico a tornio e finito l’obbligo del militare, spinto dalla motivazione di natura economica, finii come tanti altri a lavorare nell’industria alberghiera con dei lavori piuttosto umili e d’apprendistato e comunque congrui alla mia conoscenza del lavoro, che cominciai ad apprendere.

La scelta proprio del Ticino, anche nel mio caso, non fu una scelta vera e propria. Ho semplicemente avuto la fortuna che mio zio viveva e lavorava qui, ed è così che, giovane e senza un lavoro, ho potuto emigrare e cominciare una nuova vita.

Tutta la migrazione Serba si svolge in più tappe, da permessi ottenuti per la maggior parte con i vincoli istituzionali che esigevano la presenza in Svizzera per almeno quattro anni consecutivi, e di nove mesi di lavoro all’anno, per ottenere il permesso annuale di dimora “B”

Bisogna dire che gran parte della comunità Serba non aveva i quattro anni consecutivi con nove mesi di lavoro, perché vi erano dei casi di permanenza in Ticino di venti e più anni ma con i permessi di soggiorno stagionali di sei mesi ecc.

Si aggiungono naturalmente anche dei casi con un lavoro annuale, e che quindi avevano ottenuto facilmente dei permessi di dimora e in seguito di domicilio.

La migrazione Serba in Svizzera e in Ticino non aveva un alto livello culturale e scolastico; per la maggior parte dei casi gli immigrati Serbi avevano finito la scuola elementare e media, in alcuni casi qualche diploma, salvo il caso dei medici e medici dentisti, come pure il personale paramedico, che almeno all’epoca era abbastanza apprezzato per la preparazione scolastica e quella professionale. Ma nella maggioranza dei casi si trattava della popolazione dalle regioni rurali e contadine.

Dagli inizi degli anni Novanta fino a gli anni recenti, posso costatare che vi sono stati dei radicali cambiamenti nella migrazione Serba, sia se penso agli arrivi in Ticino come pure alle partenze, in parte obbligate.

Iniziano gli anni difficili per tutta l’area dei Balcani, cominciano le guerre di separazione o d’indipendenza (dipende dal punto di vista)

Nel 1993 la Svizzera decide che gli immigrati provenienti dall’ex-Jugoslavia che non hanno un permesso di soggiorno annuale “B” e sono in possesso di un permesso stagionale “A” devono entro un certo limite di tempo abbandonare la Svizzera l’accordo tra la Svizzera e la Jugoslavia non esisteva più, mancando una delle parti del contratto.

Cominciano gli anni difficili per la comunità (lo stesso valeva anche per delle altre comunità dell’area), anche perché nello stes- so tempo non vengono più liberati nuovi contingenti impedendo così eventuali nuove migrazioni dall’ex-Jugoslavia.

Si cerca di far fronte alla nuova situazione inoltrando dei ricor- si o domande per ottenere dei permessi annuali, per potere riu- scire a rimanere in Svizzera e in Ticino. Ma incomincia anche lo stravolgimento delle abitudini e delle consuetudini dell’intera comunità Serba, che con l’ottenimento dei permessi di soggiorno annuali (coloro che non hanno ottenuto il permesso di soggiorno perché non erano in possesso dei requisiti necessari per ottenerlo, hanno dovuto abbandonare il territorio Svizzero) hanno cominciato a far arrivare i propri famigliari dall’ex-Jugoslavia per due motivi principali.

Uno è la guerra vera e propria scatenata nel paese d’origine, quindi la paura, anche umana, dei disastri che una guerra può provocare sotto tutti i punti di vista. L’altro nasce dal permesso di soggiorno che non è più stagionale, per cui non si poteva restare nel proprio Paese d’origine per cinque, oppure sei mesi l’anno. Inoltre il permesso di soggiorno annuale permetteva il ricongiungimento famigliare per i figli minorenni e con i propri genitori. In quegli anni mi ram- mento di tanti problemi, dei maestri Ticinesi che nella stessa classe trovarono degli alunni che dovevano appena cominciare a imparare l’italiano, e che magari frequentavano già la seconda media ecc. Dall’altra parte i bambini stessi si trovavano in un comprensibile disagio, dovendo frequentare la scuola in una lingua a loro ancora sconosciuta.

Se dovessi parlare delle partenze e degli arrivi d’oggi, potrei considerare che l’età (chi si trova in pensione) possa essere una buona motivazione per la partenza dal Ticino verso il proprio Paese d’origine. E’ vero che vi è una certa nostalgia anche per coloro che hanno passato l’intera vita in Ticino, anche se sono sempre più convinto che la situazione famigliare e la sicurezza (in tutti sensi), come pure una certa abitudine, facciano sì che la grande parte della comunità Serba in Ticino sceglie di vivere in Ticino anche dopo l’attività lavorativa. Le motivazioni sono come ho già sottolineato in precedenza, la situazione famigliare, per esempio i figli nati in Ticino perfettamente integrati, le scuole finite in Ticino, i giovani di prima e anche della seconda generazione, che difficilmente considereranno il Paese d’origine dei genitori come proprio.

Gi arrivi per quanto riguarda la comunità Serba in Ticino negli ultimi anni sono esclusivamente da cercare nel ricongiungimento famigliare (matrimoni ecc.)

Io mi sono sposato nel 1995, con una mia compaesana, abbiamo due figli Stefan di tredici anni e Anastasia di nove anni, che sono nati a Lugano rispettivamente a Locarno. Anch’io come la maggior parte dei miei compaesani mi sento perfettamente integrato nella realtà Ticinese, considero la Svizzera e il Ticino come se fossero la mia patria, e questo per tanti motivi. È l’opinione comune tra la comunità Serba in Ticino che questo paese che ci ospita ci ha dato tantissimo, di più di quello che abbiamo avuto dal nostro Paese d’o- rigine: ci ha dato la sicurezza economica, la sicurezza in generale, alto tenore di vita, la possibilità d’istruire e educare i nostri figli in un paese avanzato, sotto tutti i punti di vista.

Per questo e per tante altre cose, credo di condividere l’opinione comune dell’intera comunità Serba in Ticino, che la Svizzera e in particolar modo ilTicino sarà sempre nei nostri cuori: un caloroso grazie a tutti i Ticinesi e tutti gli Svizzeri per la squisita gentilezza e l’altrettanta l’ospitalità.

Metodije Labovic

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